

Erano una sola superficie, finché non lo furono più. Quando le piastrelle gemelle si staccarono, il pigmento si squarciò in un occhio —rotondo, cellulare, ardente— e nella furia che lo teneva. Il rilievo è quella apertura: lastre di squame, un letto di lago crepato, creste e una coda, lì dove i due biscotti ceramici si sono tagliati.
Il carbone intero l'ha tenuto la piastrella B. L'arancio di brace sta denso al nucleo, cinto d'indaco umido e poi di verde bottiglia; la pelle di fuori è più intatta, un cappuccio rosso sulla fronte. Due gocce gialle posano sopra la forma, accese come se non avessero altro dove andare. Profondità senza lucentezza.
Alla piastrella A è restata la notte intorno. Mezzanotte e verde pavone si sono incrinati in lastre sul biscotto bianco; lo stesso cuore arancione affiora dalle celle, più sottile, già clima. In alto si solleva una cresta giallo-verde. Dal bordo destro scivola una coda lime —la sagoma del distacco.
Insieme sono uno sguardo che non volle restare. L'arancio è lo stesso cuore. Il giallo ha trovato due uscite. Si sente lo strappo più di ciascuna delle due facce: l'occhio di un drago e la sua furia, ancora in rilievo nell'argilla.
Erano un'argilla sola quando l'occhio si aprì. La piastrella B ha tenuto il carbone: rotondo, ancora acceso, indaco e poi verde intorno, due gocce di limone, di luce, un cappuccio rosso sulla fronte. La piastrella A ha tenuto l'acqua più scura: lastre di mezzanotte sul biscotto bianco, la cresta del distacco, una coda lime che scivola dal bordo. Il rilievo è squama e letto di lago. La furia è restata nello strappo. Le gemelle non si chiudono.
Occhio di drago — Ascolta



















